Alchimista del Nepal trasforma le perle in farmaci

alchimista nepalNei sobborghi di Kathmandu si perpetua un’antichissima lavorazione secondo i dettami dell’ayurvedica

articolo di Adriana Bazzi

KATHMANDU - Secoli fa arrivavano dall'attuale zona di Bassora, in Iraq, dove confluiscono il Tigri e l'Eufrate, adesso le pescano nei fiumi dell’India: sono le perle bianco-rosate, piccole e irregolari, che il dottor Visonath, 82 anni, l'ultimo alchimista del Nepal, trasforma in farmaci per curare l'osteoporosi, per combattere la menopausa, per tonificare il cuore, per migliorare la vista e anche per calmare i temperamenti aggressivi, secondo i principi dell'antica medicina ayurvedica. L'antichissima lavorazione delle perle sopravvive oggi a Boudha, il quartiere tibetano di Kathmandu, in un laboratorio chimico-alchemico, unico nel suo genere: non stupirebbe se prima o poi finisse nella lista dell'Unesco come "patrimonio dell’umanità" alla pari di tutta la valle nepalese ai piedi dell'Himalaya. Il trattamento delle perle richiede tempi molto lunghi. Si comincia con la puja, una preghiera davanti al fuoco, recitata dal dottor Visonath che è newari (il gruppo etnico dominante nella valle di Kathmandu) e anche prete (nella tradizione nepalese i medici ayurvedici sono spesso preti o "saggi"): il fuoco è l'elemento principe nella lavorazione delle perle, del corallo e di altri metalli usati nella medicina ayurvedica.

 

AMBULATORIO - Vidya (in nepalese significa dottore tradizionale) Visonath (o Bishow Nath) Karmacharya (termine che identifica appunto una casta di preti alchimisti indù) non è un medico laureato (ma l'Oms riconosce queste figure della medicina tradizionale): ha cominciato da giovane a studiare il sanscrito, si è imbattuto nei Veda, i testi sacri degli indù, compreso quello della medicina, e ha imparato dal nonno, medico i segreti di questa arte, trasmessa di generazione in generazione. Ora Visonath ha un ambulatorio, nei sobborghi di Kathmandu, dove visita i pazienti e vende erbe (l'80% della popolazione usa la medicina popolare) e collabora, da una decina di anni, con il centro di Boudha, dove prepara farmaci. La preghiera propiziatoria non stupisce: l’ayurveda affonda le sue radici nella tradizione religiosa dell’India, del Nepal e del Pakistan, vecchia di migliaia di anni e tramandata oralmente: soltanto poco prima di Cristo, in un avvenimento chiamato grande conferenza, si è cominciato a mettere per iscritto i principi di questa arte medica che sono arrivati fino a oggi e che sono seguiti non soltanto in queste zone, ma un po' in tutto il mondo.

PROCEDURA - Visonath dà poi il via alla complessa procedura di purificazione delle perle, che dura giorni: le lava nell'acqua, le asciuga in teli sottili di cotone, le lascia al sole (da cui acquisiranno energia). Poi le raccoglie in un fagotto, le immerge in un decotto di erbe (la sesbania aculeata) e le mette sul fuoco per alcune ore. Il giorno dopo, le rilava, le raccoglie in una pentola di ferro dove verranno cotte, sempre su un fuoco di legna, fino a quando non cominceranno a scoppiettare. E ancora: le perle verranno di nuovo immerse in succo di aloe, ancora poste sul fuoco, poi asciugate, e ancora trattate con il succo di aloe (per 7 volte) e con il latte (ancora per 7 volte). Qui finisce il sodhana, la purificazione, e comincia il marana, il processo di ossidazione. Allora le perle verranno pestate in mortai speciali, di pietra nera molto dura, che si chiama gaya e che viene dall’India, perché ogni sostanza, da trasformare in farmaco, deve avere il suo mortaio. Poi verranno raccolte in vasi di terracotta, sigillati con sette strati di garza e argilla, sotterrati in forni che le cuoceranno a temperature costanti per ore e ore. E alla fine diventeranno una polvere impalpabile, solubile in acqua, pronta per l'uso.

ANTICA RICETTA - Il laboratorio di Kathmandu è l’unico al mondo che prepara le perle secondo le antiche ricetta: qui sopravvive una tradizione vecchia di 700 anni, cominciata con gli antenati di Vaidya Madhu Bajra Bajracharya, 57 anni, medico ayurvedico e tenuta in vita grazie anche all'impegno del nepalese Kapil Khatri e del medico italiano Erus Sangiorgi, esperto di medicine naturali. Nell’officina di Boudha non si lavorano soltanto le perle, ma anche i metalli, sette in tutto, fra cui l'oro e il mercurio: quest'ultimo, "purificato" dalla sua tossicità, viene usato anche per la cura dei tumori. L'oro, invece, serve per i problemi di cuore. I metalli, insieme alle erbe, sono l'essenza della medicina ayurvedica che, prima di curare la malattia, cerca di prevenirla. Prima che le perle diventino una polvere impalpabile passano decine giorni. Ma non è questa la lavorazione più lunga: l’oro richiede un anno di fuochi, la mica tre. Al cronista che scrive viene da pensare che non si tratti soltanto di magie, ma che questa serie infinita di passaggi (bagni in diversi tipi di solventi, cotture ripetute a temperature prima variabili, poi costanti, essicazioni al sole o alla luna, pestaggi nei mortai) riesca a ridurre una sostanza (la perla o i metalli) a dimensioni nanometriche. E le nanotecnologie non ci dicono forse che una sostanza ridotta a dimensioni di miliardesimo di metro cambia le sue proprietà?

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